Qualche sera fa ho rivisto i miei compagni di classe, 7 anni dopo la maturità. È stata una rimpatriata davvero piacevole ed è proprio vero quello che si dice: nonostante gli anni passino, la sintonia rimane identica a quella che c’era tra i banchi di scuola. Tra revival di situazioni particolari e famose citazioni di compagni e vecchi professori siamo arrivati alla fatidica domanda sul presente:

“e ora cosa fai?”

Nonostante il naso sempre piantato su Facebook o Instagram, abbiamo cominciato (in senso rigorosamente anti-orario) a raccontarci chi siamo diventati in questi 7 anni. E’ stato davvero emozionante rendersi conto come persone con cui hai condiviso anni così importanti, oggi vivano vite completamente diverse dalla tua… ma non senza piccole similitudini: le crisi, ad esempio.

  • “Ad un certo punto ho deciso di dare una svolta alla mia vita e ho cambiato lavoro!”;
  • “Alla fine mi hanno lasciato a casa all’ultimo e non avevo pianificato niente”;
  • “Sono partito un po’ per caso, è stata dura ma anche bello!”;
  • “Ho attraversato un periodo davvero difficile ma ne sono uscita”.

Secondo molti autori le crisi sono cicliche… e sono fondamentali (oltre che evolutivamente funzionali!). Erik Erickson ne parla in rapporto al processo di costruzione dell’identità; le chiama “crisi evolutive” perché riguardano problematiche tipiche di ogni fase della vita: superarle con successo permette di passare allo stadio successivo e all’integrazione di nuovi elementi nella costruzione della propria identità. Ascoltando i racconti dei miei coetanei, alla cena, riflettevo su quale problematica “tipica” stessimo (più o meno tutti) affrontando (con più o meno successo). La “mia crisi” l’ho sentita bella presente (ed ingombrante) durante questo breve ed innocente dialogo:

Ex compagna di classe: “Beh tu sei psicologa, no? Come va il tuo progetto?”

Io: “Il mio progetto? Ah no, quello non è mio, è tirocinio/volontariato..(…) E comunque ancora non sono psicologa! Manca ancora l’Esame di Stato!”


[Questo continuo dover rimarcare “non sono ancora psicologa” mi fa sempre venire in mente il film “50/50” (2011) in cui Katherine (psicologa alle prime armi) combatte con lo scetticismo di Adam (suo terzo paziente) e al contempo con la sua ansia da prestazione.
(Ovviamente questa non è l’intera trama del film, se siete curiosi cliccate qui: https://it.wikipedia.org/wiki/50_e_50 )

Erickson ipotizza 8 stadi e le relative crisi evolutive:

  1. Fiducia / sfiducia (0-1 anni)
  2. Autonomia / dubbio o vergogna (2-3 anni)
  3. Iniziativa / senso di colpa (4-5anni)
  4. Industriosità / senso di inferiorità (6-12 anni)
  5. Identità / confusione dei ruoli (13-18 anni)
  6. Intimità / isolamento (19-25 anni)
  7. Generatività / stagnazione (26-40 anni)
  8. Integrità dell’io / disperazione (40- …verso l’infinito ed oltre!!!)

Stando ai discorsi fatti davanti alla pizza, direi che la fase dell’intimità ormai (bene o male) ce la siamo giocata da un po’! Ma questa squadra over26 sembra proprio presentare le paturnie tipiche da stadio 7…

Che si intende per generatività? ?? E questa crisi evolutiva riusciremo ad affrontarla positivamente???? WAAAAAAA!!!!

Contrariamente a quanto pensano alcune persone degli psicologi, io non leggo nel pensiero, non interpreto qualsiasi movimento che voi facciate, né tanto meno possiedo una sfera di cristallo.. Quindi alla seconda domanda è (più o meno) impossibile rispondere. Teniamo le dita incrociate …e “che Dio ce la mandi buona”!

Per la questione relativa alla generatività invece posso andare a rispolverare il vecchio manuale di psicologia dello sviluppo ed abbozzarvi una definizione:

“Per generatività si intende l’interesse a fondare e guidare la generazione successiva attraverso l’allevamento di figli o imprese creative o produttive. (…) I prerequisiti per lo sviluppo in questo stadio sono: la fede nel futuro, la fiducia nella specie e la capacità di preoccuparsi per gli altri.

Teorie dello sviluppo psicologico – Patricia H. Miller (p.146)

Sentir parlare di “fede nel futuro” mi ha fatto venire in mente “Il Laureato” di Mike Nichols. L’avete visto? in questo meraviglioso cult cinematografico un giovanissimo Dustin Hoffman torna a casa dopo il college e invece di sentirsi “pronto alla vita”, si sente “intrappolato in un alienante far niente”[1] sintomo di una frustrazione alimentata dall’incertezza rispetto al proprio futuro.


Il laureato (1967)

Attenzione! La generatività non riguarda solo il desiderio di mettere al mondo dei figli ma di creare qualcosa di utile con il proprio lavoro.

Per noi millenials effettivamente questa sensazione sembra accentuarsi rispetto alle generazioni precedenti, uno studio del 2013 delle Università di Greenwich e di Londra ne dice affetto circa il 90%. [2]. Come direbbe Bauman, siamo una generazione a cui tocca “navigare” in una “modernità liquida” che da un lato può sembrare una fonte di ricchezza con tutte le sue possibili alternative ma dall’altro, si rivela invece una molteplicità illusoria, fonte di indeterminatezza e spaesamento.


illustrazione di Pranita Kocharekar

“Che sto facendo? Perché improvvisamente tutto è così pesante? Ho lavorato gratis per due anni per arrivare qui, ma è questo ciò che voglio? Mi renderà felice e di successo? (…) Dovrei iniziare a chiedermi se voglio dei figli. O forse dovrei scrivere un libro. Qualcosa come Twilight ma meno noioso. Dio, l’Artico si scioglie e io penso solo a Instagram, aiuto!”

“La crisi dei 25 anni” articolo di Costanza Rizzacasa d’Orsogna su il Corriere.it

Va detto che l’emerging-adulthood (o adultità emergente, in italiano) è per sua natura una fase di sviluppo che corrisponde ad un periodo di profonda instabilità e al contempo di grande esplorazione. Secondo Arnett va dai 18 ai 25 anni ma tale intervallo non è da considerarsi universale in quanto è fortemente influenzato dal contesto di vita, soprattutto in Italia si può pensare di prolungare tale classificazione fino ai 30 anni.

Tornando alla crisi evolutiva di cui parlavo prima (e di cui parlava anche Erickson! ah-ah!) su internet (ma non solo) c’è chi la chiama Quarter-life crisis. Sintomi? ansia da prestazione (professionale) e senso di soffocamento (da un lavoro o una relazione).


La risoluzione di tale crisi non sembra dipendere dal raggiungimento di determinati obiettivi tipici dello status “adulto” (indipendenza economica, lavoro stabile, matrimonio, ecc..) ma dalla percezione di qualità individuali che riguardano la capacità di diventare una “persona autosufficiente” (Arnett, 1998). Il concetto di crisi poi si lega indiscutibilmente a quello di resilienza (che, per sfortuna vostra, è stata al centro di entrambe le mie due tesi di laurea e di cui, perciò, potrei parlare per un paio di altri post), ovvero, la capacità di far fronte agli ostacoli della vita. Essere resilienti, però, non significa essere capaci di “resistere” ad un evento critico (senza danni e/o perdite) ma essere capaci di superarlo agendo su di sé, modificandosi e rigenerandosi. La resilienza comprende sia risorse interne a sé (autoefficacia, social skills, ecc..) che risorse esterne (supporto della famiglia, della comunità e dei coetanei).

Per il momento mi fermo qui, tranquillizzando i miei ex compagni di classe, tirati in ballo in questo post: secondo alcuni studi chi soffre la crisi di “un quarto di vita” poi NON incorre in quella di mezza età. Ci rivediamo tra un po’ di anni e ne riparliamo, ok?

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Spunti di riflessione e risorse utili:

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