Oggi sfogliavo la mia tesi di laurea per ripassare un argomento a me molto caro: la povertà!

Ho infatti avuto la fortuna di addentrarmi in questo ambito con 3 anni di volontariato, 2 di tirocinio e uno di tesi sperimentale (in cui ho valutato l’efficacia di un progetto di comunità che ha tra gli scopi anche quello di prevenire lo scivolamento in una condizione di povertà estrema). Ho deciso di condividere con voi qualche estratto della tesi e – in fondo al post – la mia top 3 dei film a tema.

“Quando si parla di povertà si fa solitamente riferimento a due macrocategorie: la povertà assoluta (a volte definita “povertà estrema”) e la povertà relativa.

In Italia, una famiglia viene definita “assolutamente povera” se presenta una spesa mensile pari o inferiore alla “soglia di povertà assoluta” – cioè a quel valore economico che permette di accedere al paniere di beni e servizi considerati essenziali per poter vivere una vita minimamente accettabile. La povertà relativa, invece, fa riferimento al confronto tra la situazione dell’individuo e lo standard di vita prevalente nella sua comunità. In questo caso, essere povero non si lega ad una carenza di risorse ma più che altro all’esistenza di una forte disuguaglianza nella distribuzione delle risorse nella società.

In Italia, nel 2017, sono state individuate quasi 2 milioni di famiglie residenti in condizioni di “povertà assoluta” e più di 3 milioni in condizioni di “povertà relativa” (dati ISTAT). Quest’ultimo numero però potrebbe non essere esaustivo, sono molte infatti le famiglie e gli individui che rimangono “invisibili” per il sistema di welfare tradizionale. I cosiddetti “nuovi poveri” rimangono tagliati fuori perché la loro condizione di vulnerabilità può non venir riconosciuta come “povertà” dai rigidi criteri di accesso agli aiuti agli indigenti e – in parte – perché spesso accompagnata da sentimenti di vergogna e di sfiducia tali da impedire la richiesta di aiuto da parte del soggetto stesso.

La povertà non riguarda solo la carenza di risorse economiche o materiali ma permea ogni dimensione della vita dell’individuo (Santinello, Gaboardi, 2015), influenzando così anche la salute fisica e mentale e più in generale il rapporto con ciò che lo circonda.

Secondo Jenkins (1999) esistono varie tipologie di eventi che favoriscono l’entrata nella povertà. L’autore individua 4 categorie di “trigger events” che possono attivare processi di impoverimento e possono quindi essere definiti fattori di rischio:

· le variazioni del reddito da lavoro (disoccupazione, modifiche del salario)

· le variazioni del reddito non da lavoro (modifiche sussidi o pensioni)

· cambiamenti nella composizione della famiglia (separazione, nuova nascita)

· cambiamenti legati alla salute (sopratutto mentale)

Va però sottolineato che questi eventi critici colpiscono un individuo che fa parte di diversi contesti di vita (famiglia, amici, lavoro, comunità) interconnessi tra di loro, non un soggetto isolato ed immune rispetto alla situazione in cui vive. Ogni evento perciò assume un determinato significato ed un determinato impatto a seconda delle dinamiche che si stabiliscono tra tali contesti.

Le famiglie monogenitoriali, le famiglie numerose, le famiglie giovani o quelle dove sono presenti disabili, ad esempio, presentano maggior rischio di povertà e faticano di più ad uscire da tale condizione. Un ulteriore fattore che incrementa la probabilità di entrare in una condizione di povertà – più o meno grave, più o meno temporanea – sembra essere la carenza o l’inadeguatezza delle risorse familiari (abilità e capacità di cura) e la debolezza delle reti informali di aiuto.

Per quanto riguarda i fattori di protezione, infatti, numerosi studi sottolineano la funzione protettiva delle reti sociali.

La rete sociale può essere definita come un insieme che comprende gruppi di persone e gruppi di legami che connettono tali persone. La funzione principale della rete sociale è il sostegno sociale. Esso può essere:

  • strumentale (aiuto concreto che facilita la risoluzione di un problema)
  • emotivo (assume la forma di ascolto, attenzione o incoraggiamento; aumenta l’autostima migliora la gestione delle emozioni del soggetto che lo riceve)
  • socio-affiliativo (fa riferimento al senso di appartenenza a gruppi formali e/o informali)
  • informativo (riguarda consigli o informazioni che possono facilitare la risoluzione di un problema)

e rappresenta cià che “porta la persona a sentirsi amata, stimata e inclusa in una rete sociale” (Prezza, Santinello; 2002). E’ possibile, inoltre, distinguere tra sostegno sociale “formale” (es. medici, psicologi, assistenti sociali, insegnanti) ed “informale” (es. parenti, amici, colleghi, vicini di casa).

Accanto agli studi sul supporto sociale trovano spazio anche studi sulle specifiche capacità della persona, della famiglia e della comunità, di riorganizzarsi e riadattarsi ad un contesto mutevole. In un clima di incertezza e precarietà come quello della società contemporanea, saper fronteggiare situazioni di difficoltà non sempre prevedibili rappresenta un importante fattore di protezione; il concetto di resilienza si riferisce proprio alla capacità di un soggetto di resistere all’influenza dei fattori di rischio.

Essere resilienti però non significa esclusivamente saper “resistere” ad un evento critico (senza danni e senza perdite) ma significa essere capaci di superarlo agendo su di sé, modificandosi e rigenerandosi.

La resilienza comprende sia risorse interne al soggetto (social skills, autoefficacia, ecc.) che risorse esterne (supporto da parte dei genitori, influenza sociale dei coetanei, ecc.); non è un tratto innato di personalità che si può “possedere” o “non possedere” ma è il frutto dell’interazione tra genotipo ed ecotipo. La resilienza, pertanto, è a tutti gli effetti una competenza e come tale può essere acquisita e sviluppata.”

Come sempre, mi piace concludere il post con una lista di film che trattano della tematica introdotta: in questo caso, la povertà. I miei preferiti sono:


I, Daniel Blake (di Ken Loach; 2016)

Trama: in seguito ad un attacco cardiaco, Daniel, si trova ad aver bisogno dell’aiuto economico dello Stato, che però si rivela molto difficile da ottenere. Nel corso della propria lotta conosce Daisy, una giovane disoccupata, madre di due figli.


Full Monty (di Peter Cattaneo; 1997)

Degli operai disoccupati cercano di fare cassetta organizzando uno spogliarello e mettendo a soqquadro l’interno sobborgo in cui vivono.


Io sono tempesta (di Daniele Lucchetti; 2018)

Numa Tempesta è un uomo d’affari capace di tutto pur di concludere un affare, incluso infrangere la legge. Arrestato dalla polizia, l’uomo viene condannato a un anno di domiciliari e lavoro socialmente utile.

A presto,

dott.ssa Lucrezia Arienti

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