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Lo scorso weekend sono stata presa da un’ondata di nostalgia per la mia adolescenza. Mia sorella venerdì sera è venuta a casa mia e per ridere abbiamo deciso di fare un re-watch di Twilight su Netflix. Sono andata a letto alle 2.30 perché inaspettatamente (e involontariamente) quella che doveva essere una maratona trash si è trasformata invece in un vero e proprio tuffo nel passato: ho riaperto un solco nella memoria, ho rivisto la “Lucrezia pre-adolescente” e tutte le sue convinzioni e speranze per il futuro.

Non credo sia necessario ricordare chi siano Edward Cullen e Bella Swan (il vampiro vegetariano e la ragazzina più goffa e sbadata della Terra) ma visto che non so chi potrebbe leggere questo articolo faccio comunque un breve recap: nell’estate del 2006 Stephenie Meyer, l’autrice della saga poi trasformata in film, era appena sbarcata in Italia con la casa editrice Fazi Editore (traduzione di Luca Fusari). Io la scopro girovagando tra gli scaffali della mia libreria preferita del Lido degli Estensi e me ne innamoro ciecamente. All’epoca avevo tredici anni e in spiaggia portavo i pantaloncini al ginocchio perché mi vergognavo delle mie forme (appena accennate); avevo da poco tolto l’apparecchio ai denti ed ero una finta-introversa che usava la “stramberia” per trovare – a fatica – il proprio posto nel mondo. Avevo sempre le cuffiette alle orecchie (più per attirare l’attenzione che per isolarmi) e soprattutto ero appena stata mollata dal mio “primo vero amore”. Non ero una grande lettrice ma in pochi giorni sotto l’ombrello sono andata giù di testa, complice anche un gruppo di altre ragazzine con cui commentavamo passo per passo gli avvenimenti all’interno del libro (testimonianza fotografica):

Negli anni a seguire sono usciti gli altri libri della saga: New Moon (2006), Eclipse (2007), Breaking Dawn (2008). Io nel frattempo ho cominciato il liceo, ho incontrato un altro ragazzo, (un altro “vero amore”) il primo che ha superato “l’anno” (perché la durata all’epoca era tutto: la prova inconfutabile di quanto ci si volesse bene). Nel 2008 i romanzi sono stati adattati al grande schermo, riscuotendo un enorme successo a livello mondiale e facendo record d’incassi. All’epoca Facebook era ancora “per pochi”, noi 14enni chattavamo su MSN e i più nerd (come me) bazzicavano sui forum online.

Perché ne parlo sul blog?

Perché sabato pomeriggio ho perso un paio d’ore a cercare su google il mio vecchio username e finalmente ho trovato il forum (oggi abbandonato ma ancora “leggibile”) in cui passavo pomeriggi interi, tra un trillo e l’altro di MSN. (testimonianza fotografica):

Non metto riferimenti specifici per preservare la mia dignità ahah

All’epoca avevo due grandi passioni: cantare e scrivere. Due modi diametralmente opposti per esprimermi e cercare di “definirmi”. Con gli anni, forse più sicura della mia identità, ho abbandonato entrambi ma mentre il canto era qualcosa che facevo pubblicamente e che molti ancora oggi ricordano (complici i video su youtube e gli amici con cui avevo condiviso palchi più o meno grandi), la scrittura è sempre rimasta segreta, solo per me e gli altri frequentatori del forum. Ritrovare le storie (o fanfiction, come si diceva all’epoca) ancora lì, al loro posto, e poterle rileggerle è stato strano, emozionante e al tempo stesso rassicurante. Nella scelta di quei temi, di quelle parole e di quella punteggiatura ci sono io nel fiore dei miei 14 anni. Tra un capitolo e l’altro c’è stata la famosa rottura con G. e si vede: cambia il tono, cambia la trama. Poi la ripresa: l’umore che cambia e così anche la storia. Una nuova maturità acquisita un po’ per caso, tra un paragrafo e l’altro, incitata dalle lettrici virtuali, sconosciute ma così gentili.

L’uso della narrazione e della scrittura creativa è da molti considerata una vera e propria pratica clinica. “La capacità di narrare, intesa come funzione mentale, è fondamentale per dare un’organizzazione al proprio mondo interiore e per attribuire significati all’esperienza umana” [1].

Pensiero narrativo

Jerome Bruner, psicologo statunitense che contribuì alla nascita del cognitivismo, parla di un vero e proprio pensiero narrativo“, complementare a quello “paradigmatico” che segue il procedimento logico-scientifico. Se quest’ultimo ha l’obiettivo di chiarire, togliere le ambiguità, risolvere problemi, il racconto invece ha lo scopo di esprimere i significati, aprire al “possibile” e risulta fondamentale per la formazione dell’identità.

Secondo Bruner la narrativa fornisce il senso delle cose.

“Questo processo di «costruzione della realtà» è così rapido e automatico che spesso non ce ne accorgiamo – e lo riscopriamo con uno shock di riconoscimento (…)”

[4] La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita. Jerome Bruner. Editori Laterza (2006) p. 9

È una tipologia di pensiero che si sviluppa fin dalla tenera età ed è fortemente influenzata dal contesto socioculturale che ci circonda. Fin da quando impariamo a stabilire rapporti di causa effetto (intorno ai 3 anni), siamo portati a vedere il mondo sotto forma di storie e racconti ed ognuno di essi comprende tre fasi:

  • L’inizio – introduzione di un certo numero di personaggi e di un determinato equilibrio (già piuttosto precario);
  • La crisi – (“qualcosa va storto altrimenti non c’è nulla da raccontare” [4]) il problema si presenta in tutta la sua chiarezza;
  • La conclusione – risoluzione e ritorno ad un nuovo equilibrio stabile e soddisfacente

“Vissero felici e contenti” è il lieto fine di un piccolo ciclo vitale, ma poi: “Dopo un po’ che stavano vivendo felici e contenti, successe che…” e un’altra fiaba comincia, con tutte le sue peripezie e le sue avventure. È il ciclo della vita stessa che ci sorride”

[3]

Raccontare, dunque, ci serve per tenere a bada le sorprese e le stranezze della vita quotidiana. Quando creiamo storie, anche (e specialmente) di finzione “non abbandoniamo mai il familiare ma lo congiuntivizziamo trasformandolo in quel che avrebbe potuto essere e in quel che potrebbe essere” [4].


spunti di riflessione:

[1] https://www.stateofmind.it/2017/04/narrazione-pratica-clinica/
[2] https://portalebambini.it/pensiero-narrativo/
[3] Guarire con una fiaba. Usare l’immaginario per curarsi. Paola Santagostino. Edizione Universale economica Feltrinelli / saggi (2006)
[4] La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita. Jerome Bruner. Editori Laterza (2006)

[*] https://www.davidealgeri.com/scrivere-per-curarsi-e-blogterapia/

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